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Paesaggio della mente o pittura della realtà, i giardini, i paesaggi, le ginestre e i glicini di Cecilia appartengono pienamente alla sua esistenza vissuta, quali intense proiezioni psichiche di una fantasia vivace, violenta, perfino lancinante. Non vi è nulla di naturalistico, di atmosferico, ma soltanto pura introspezione psicologica.
Lo stile di Cecilia è anciora più vibrante, sostenuto da un gesto libero, deciso, vigoroso, una pennellata corposa, capace di fissare sulla tela effetti materici e cromatici caldi e pastosi. Dopo aver portato a spasso Van Gogh con i suoi blu, gialli e rossi per le banchine del porto, ora tocca agli uliveti, ai monti intorno a Genova coperti di ginestre, ai giardini fioriti di glicini. Con queste opere che Cecilia espone alla galleria Rotta nel 1989, la sua pittura "conquista il sublime".
L'affermazione è di Germano Beringheli nella presentazione di una mostra per molti aspetti memorabile, in cui le dimensioni spettacolari e il notevole respiro delle tele paiono voler avviluppare il visitatore nei grovigli dei glicini e accecarlo nei gialli abbaglianti e luminosi delle ginestre. Cecilia Ravera Oneto realizza una pittura sensuale di colori, profumi, gesti, memorie, in cui il visitatore percepisce con tutti i suoi sensi, come segnala il critico che vede nella florida carnosità del glicine l'astrazione simbolica del "corpo che si rinnova", l'"ostensione del corpo prodotto dal far pittura per deificare ogni gesto vitale e la forza originaria della violenza espressiva".(nota 24)
Questa comunione fra il corpo e i pigmenti, le tele e il gesto, l'anima e la sensuale turbolenza della natura che si rigenera continuamente ci consentono di immaginare l'artista al lavoro su queste tele grandi quasi come sipari, specchio e parete illusoria della nostra coscienza e immaginazione.. E' lei stessa a descriversi: "Mi vedrete sempre sporca di colore fino all'nverosimile 'come colta da un raptus' (...) (sono le parole impietose, ma veritiere di un collega), come colta da un raptus il tuo viso, le tue mani ed altro vengono ad essere altrettanti quadri da scoprire. Una grattatina ad una gamba ed ecco un bel blu cobalto, una spostatina degli occhiali ed ecco un rosa alla Van Gogh (...) Scusatemi, non è bello lo spettacolo, ma temo che non cambierò. " (nota 25)
Il colore vibrante, caldo, appassionato è il protagonista di una pittura in cui l'essenzialità e l'espressionismo gestuale giungono a esiti pressochè informali.
Nei suoi paesaggi i fiori e i giardini, come ieri nelle marine, nelle scogliere, negli uliveti e nei paesaggi industriali non esiste la presenza umana. Ma nulla in queste tele rivela passività, immobilità, silenzio. Vale l'osservazione di Rossana Bossaglia quando afferma : "La Oneto interpreta l'ambiente come luogo di vita e le persone come testimoni della medesiama con intensità dinamica"- e continua - "in questo fervore noi leggiamo un'intensa gioia creativa ma contemporaneamente un'interpretazione drammatica dell'esistere, dell'evolvere e dell'esplodere di ogni situazione e realtà. In altre parole quella che noi definiamo gioia è un impulso vitale di altissima tensione, ma è tutt'altro che la testimonianza di un'idea ottimistica della vita." (nota 26)
Come peraltro conferma la stessa Cecilia quando scrive:" Per me la voce del mondo in cui viviamo, che lancerà una eco nei mondi futuri, sono queste mostruose costruzioni industriali che incessantemente si trasformano, urlano, distruggono e creano, sono le sale chirurgiche dove un cadavere rivive in un uomo, sono le rocce che crollano e domani saranno sepolte dal mare e tanti altri aspetti di una realtà che non si può dimenticare, neppure nel nome di utopiche visioni avveniristiche, in nome di sofisticate quanto vuote atrazioni". (nota 27)
Negli ultimi lavori, forse presagio dell'ineluttabile, la pittrice volge il suo interesse all'immagine notturna, ricongiungendosi idealmente con alcuni paesaggi degli inizi. l'artista, che scrive intorno al 2002, spiega quel momento: "La ricerca continua con i notturni di oggi, dove le luci della strada , violente e splendenti , combattono il buoi e i suoi pericoli. Una battaglia di luci: quella immutabile della luna e quelle mutevoli dell'uomo, che raccontano attese, lavoro, sogni e speranze." (nota 28)
Fra gli alberi della Ruta si scorge Punta Chiappa, autentica icona della topografia emozionale di Cecilia, stagliata tra riflessi di mare e di cielo. Dal terrazzo di via Puggia si volge verso la città e la ritrae dall'alto con una particolare concisione formale, profonda, temibile e al tempo stesso seducente, pronta a esplodere di luci sfavillanti.
Indugia in basso osservando il suo giardino e dipinge il respiro dei glicini che effondono nella notte il loro profumo.
In Nella bufera (1997) , drammaticamente espressionista, dipinge se stessa con la città notturna alle spalle, il cielo cupo da cui emerge una falce di luna che rischiara appena la linea del mare.
"Cecilia procede di corsa verso di noi , scompigliata dal vento, non allegra, ma sempre energica; sempre lei, forte, anche nella solitudine dell'addio; anzi con il viso percorso da un trasalimento interiore." (nota 29)
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